TEATRO SOCIALE DI ROVIGO - la 194ma stagione lirica presenta TOSCA 13 e 15 novembre 09
Mercoledì, 4 Novembre 2009
inviato da: Milena Dolcetto Ufficio promozione e immagine Teatro Sociale di Rovigo
Dopo Il barbiere di Siviglia di Gioachino Rossini
il Teatro Sociale di Rovigo presenta un nuovo allestimento di TOSCA,
frutto della coproduzione con il Centro Servizi Culturali S. Chiara di Trento e il Teatro Verdi di Pisa.
Venerdì 13 e domenica 15 novembre 2009 (rispettivamente alle ore 20.30 e 16.00)
TOSCA
di Giacomo Puccini
opera in tre atti
libretto di Luigi Illica e Giuseppe Giacosa
Personaggi e interpreti
Tosca Francesca Scaini
Cavaradossi Carlo Barricelli
Scarpia Alfonso Antoniozzi
Angelotti Elia Todisco
Sagrestano Alessandro Busi
Spoletta Cristiano Olivieri
Sciarrone Simone Marchesini
Un carceriere Marco Petrolli
pastorello Giuditta Zanotelli, Giulia Fedrizzi
Maestro concertatore e direttore d’orchestra Valerio Galli
Regia Dino Gentili
scene Leila Fteita
costumi Ursula Patzak
movimenti coreografici Anna Redi
lighting designer Marco Comuzzi
Orchestra Filarmonia Veneta “Gian Francesco Malipiero”
Coro del Teatro Sociale di Trento
maestro del Coro Luigi Azzolini
Coro di Voci Bianche della Scuola di Musica C. Eccher di Cles
Nuovo allestimento scenico in coproduzione tra il Centro Servizi Culturali S. Chiara di Trento,
Teatro Sociale di Rovigo e Teatro Verdi di Pisa
Presentazione dell’opera a cura dell’Associazione Amici del Teatro Sociale di Rovigo
mercoledì 11 novembre 2009 ore 18.00 Sala Oliva - Accademia dei Concordi - Piazza Vittorio Emanuele - Rovigo
relatore Massimo Contiero
NOTE del DIRETTORE D’ORCHESTRA
di Valerio Galli
Per un direttore d’orchestra che si appresti a studiare una partitura si possono adottare vari livelli di lettura: il linguaggio musicale, la sua drammaturgia, il contesto dell’opera nel panorama operistico contemporaneo, il contesto dell’opera nel percorso compositivo del catalogo dell’autore.
Tutto questo concorre ad un’interpretazione quanto più fedele al testo e alle idee primigenie.
Ma quando come me si nasce, si cresce e si respirano gli ambienti medesimi che furono vissuti da Puccini, è quasi inevitabile posare la bacchetta e ad occhi chiusi sentire quei profumi, quelle sensazioni che rapidamente diventano dentro ognuno di noi forti emozioni pulsanti e risalire così la corrente fino alla sorgente ispiratrice dell’autore.
Molto si è scritto a proposito dell’influenza sulla poetica pucciniana ad opera dell’ambiente di Torre del Lago e dintorni, fonte inesauribile di aneddoti biografici, luoghi in cui si fonde inevitabilmente il confine sottilissimo tra leggenda e realtà.
Alcuni dei tratti naturalistici in Tosca si possono senz’altro ricondurre alle suggestioni di Monsagrati e Chiatri, paesi nei quali Puccini dimora sul finire degli anni ’90 e compone grandi squarci dell’opera, grazie alle quali prendono forma la sospirata casetta (assente nel dramma di Sardou), il pozzo del giardino, i boschi e i roveti, i franti sepolcreti odorosi di timo; così come il familiare rintocco delle campane di Bargecchia (risparmiate durante la seconda guerra mondiale dalla fusione per mano tedesca in ossequio alla memoria del Maestro) che Puccini inserisce nella seconda parte del I atto ad introduzione del duetto tra Floria ed il barone Scarpia e che a dispetto degli anatemi dei musicologi sono comunque da considerarsi una citazione fedele.
Se poi si frequenta il Belvedere antistante la Villa Puccini in ore antelucane è facile immaginare i suoni del “mattutino” che apre il III atto dell’opera, brano composto interamente a Torre del Lago, e quasi evocazione di un Puccini di ritorno all’alba dalla caccia alla folaga che ascolta e riscrive le atmosfere del lago di Massaciuccoli, momento musicale caro alla poetica pucciniana dal momento che lo si ritrova nella successiva Madama Butterfly.
Credo fermamente che questo “realismo” paesaggistico unito al verismo drammaturgico facciano di Tosca un capolavoro assoluto del melodramma, nel quale Puccini riesce, nei caratteri e nelle dinamiche tra i protagonisti, in una sintesi perfetta tra genio, cultura, intuito teatrale, audacia e sensualità (Arde a Tosca nel sangue il folle amor! - Dilla ancora la parola che consola.. dilla ancora!).
È un grandissimo privilegio per me poter partecipare a questa produzione poiché è l’occasione per tornare a riprendere, nonostante la mia giovane età, l’opera che ha segnato il mio debutto come direttore d’orchestra nel teatro lirico. Opera conosciuta ma sempre ancora da scoprire….
LA TRAGEDIA DEGLI SGUARDI
NOTE DI REGIA di Dino Leonardo Gentili
Gli occhi e lo sguardo ricoprono una posizione centrale nella Tosca di Puccini, Illica e Giacosa. Mario Cavaradossi è un pittore, guarda il mondo con occhi innocenti e puri. Per certi versi è un ladro di bellezza. Nel primo atto, infatti, per dipingere gli occhi della Maddalena ruba il colore a quelli dell’Attavanti, salvo poi innalzare un peana agli occhi neri dell’amata Tosca. Il suo modo di guardare la realtà ne connota anche la natura morale. Amante del bello Cavaradossi odia la tirannide che per governare utilizza lo sguardo in ben altro modo. Scarpia, capo della polizia capitolina, usa infatti gli occhi per spiare le persone sospette raccogliendo informazioni nel suo gigantesco schedario. E Tosca? Donna gelosa, spia anch’essa Cavaradossi aiutando involontariamente Scarpia a incastrarlo. Ma Tosca è prima di tutto un’attrice e come tale è abituata a essere al centro dell’attenzione. Gli “sguardi” di Cavaradossi e Scarpia, così diversi tra loro, convergono nella contemplazione entusiastica della sua bellezza. Consapevole di ciò, Tosca recita sempre; quando depone i fiori ai piedi della Madonna nel primo atto e quando soffre per l’amante straziato fuori scena nel secondo. Ma è una recita pericolosa. Scarpia pensa di poterla plagiare come farebbe un regista con la sua interprete e invece ne finisce vittima.
Nel terzo atto Tosca porta a termine il suo percorso trasformandosi da attrice, adorata da Cavaradossi, a regista dei suoi atti. Emblematica, in tal senso, la scena in cui gli insegna come morire per finta. Nemmeno durante l’esecuzione rinuncia al suo ruolo direttivo: si lamenta della lentezza del plotone, si conforta ricordando a sé stessa che è tutta una messinscena, loda la bellezza del suo Mario esprimendo piena soddisfazione per la sua interpretazione (‘là muori! Ecco un artista!’ gli grida mentre il pittore si accascia). La metamorfosi di Cavaradossi da pittore ad attore della rappresentazione di Tosca è definitivamente compiuta. Ma la diva, da primadonna qual’è, conserva per sé l’ultima battuta del dramma prima del volo dagli spalti: ‘Scarpia, davanti a Dio!’. Il suo match teatrale col re degli spioni continuerà di fronte all’Altissimo. E c’è da scommettere che la performance sarà all’altezza dello Spettatore d’eccezione.
Lo sguardo puro di Cavaradossi, quello impuro di Scarpia e in mezzo lo sguardo appassionato e teatrale di Floria. Da questo incrocio di sguardi scaturisce la Tosca , dramma complesso, capolavoro attualissimo. Viviamo in un’epoca mediatica, spiati da mille telecamere. E’ un gioco che in parte accettiamo. Il successo dei reality è lì a testimoniarlo. Ma questa sovraesposizione a uno sguardo meccanico uccide la visione di noi stessi e della realtà. Contro l’osceno cui siamo, oggi più che mai, quotidianamente sottoposti la Tosca riafferma l’importanza di una visione del mondo eticamente pulita attingibile attraverso l’affermazione (pittorica o scenica poco importa) del bello. Con buona pace degli Scarpia di ieri, di oggi e di domani.
La vicenda
Atto primo
Angelotti, bonapartista ed ex console della Repubblica Romana, è fuggito dalla prigione di Castel Sant’Angelo e cerca rifugio nella chiesa di Sant’Andrea della Valle, dove sua sorella, la marchesa Attavanti, gli ha fatto trovare un travestimento femminile che gli permetterà di passare inosservato. La donna è stata ritratta, senza saperlo, in un quadro dipinto dal cavalier Mario Cavaradossi . Quando irrompe nella chiesa un sagrestano, Angelotti si nasconde nella cappella degli Attavanti. Il sagrestano, borbottando, mette in ordine gli attrezzi del pittore che di lì a poco sopraggiunge per continuare a lavorare al suo dipinto (”Recondita armonia…”). Il sagrestano si congeda e Cavaradossi scorge nella cappella Angelotti, che conosce da tempo e di cui condivide la fede politica. I due stanno preparando il piano di fuga ma l’arrivo di Tosca,, l’amata di Cavaradossi, costringe Angelotti a rintanarsi di nuovo nella cappella. Tosca espone a Mario il suo progetto amoroso per quella sera (”Non la sospiri la nostra casetta…”). Poi, riconoscendo la marchesa Attavanti nella figura della Maddalena ritratta nel quadro, fa una scenata di gelosia a Mario che, a fatica (”Qual occhio al mondo…”) riesce a calmarla e a congedarla.
Angelotti esce dal nascondiglio e riprende il dialogo con Mario, che gli offre protezione e lo indirizza nella sua villa in periferia. Un colpo di cannone annuncia la fuga del detenuto da Castel Sant’Angelo; Cavaradossi decide allora di accompagnare Angelotti per coprirlo nella fuga. I due portano con loro il travestimento femminile, dimenticando però il ventaglio nella cappella.
La falsa notizia della vittoria delle truppe austriache su Napoleone a Marengo fa esplodere la gioia nel sagrestano, che invita l’indisciplinata cantoria di bambini a prepararsi per il Te Deum di ringraziamento. Improvvisamente sopraggiunge con i suoi scagnozzi il barone Scarpia, capo della polizia papalina che, sulle tracce di Angelotti, sospetta fortemente di Mario, anch’egli bonapartista.
Per riuscire ad incolparlo ed arrestarlo e poter quindi scovare Angelotti, egli cerca di coinvolgere Tosca, ritornata in chiesa per informare l’amante che il programma era sfumato in quanto ella era stata chiamata a cantare a Palazzo Farnese per festeggiare l’avvenimento militare (”Ed io venivo a lui tutta dogliosa…”). Scarpia suscita la gelosia di Tosca usando il ventaglio dimenticato nella cappella degli Attavanti. La donna, credendo in un furtivo incontro di Mario con la marchesa, giura di ritrovarli. Scarpia, che ha raggiunto il suo scopo, la fa seguire (”Tre sbirri, una carrozza, presto…”). Mentre Scarpia pregusta la sua doppia rivalsa su Cavaradossi - ucciderlo e prendergli la donna - comincia ad affluire gente in Chiesa per inneggiare alla vittoria e a cantare il “Te Deum”.
Atto secondo
Mentre al piano nobile di Palazzo Farnese si sta svolgendo una grande festa alla presenza del Re e della Regina di Napoli, per celebrare la vittoriosa battaglia, nel suo appartamento Scarpia sta consumando la cena. Spoletta e gli altri sbirri conducono in sua presenza Mario che è stato arrestato. Questi, interrogato, si rifiuta di rivelare a Scarpia il nascondiglio di Angelotti e viene quindi condotto in una stanza dove viene torturato.
Tosca, che poco prima aveva eseguito una cantata al piano superiore, viene convocata da Scarpia, il quale fa in modo che ella possa udire le urla di Mario. Stremata dalle grida dell’uomo amato, la cantante rivela a Scarpia il nascondiglio dell’evaso: il pozzo nel giardino della villa di Cavaradossi. Mario, condotto alla presenza di Scarpia, apprende del tradimento di Tosca e si rifiuta di abbracciarla. Proprio in quel momento arriva un messo ad annunciare che la notizia della vittoria delle truppe austriache era falsa, e che invece è stato Napoleone a sconfiggere gli austriaci a Marengo. A questo annuncio Mario inneggia ad alta voce alla vittoria, e Scarpia lo condanna immediatamente a morte, facendolo condurre via. Disperata, Tosca chiede a Scarpia di concedere la grazia a Mario. Ma il barone acconsente solo a patto che Tosca gli si conceda. Inorridita, la cantante implora il capo della polizia e si rivolge in accorato rimprovero a Dio (Vissi d’arte, vissi d’amore). Ma tutto è inutile: Scarpia è irremovibile e Tosca è costretta a cedere. Scarpia convoca quindi Spoletta e, con un gesto d’intesa, fa credere a Tosca che la fucilazione sarà simulata e i fucili caricati a salve. Dopo aver scritto il salvacondotto che permetterà agli amanti di raggiungere Civitavecchia, Scarpia si avvicina a Tosca per riscuotere quanto pattuito, ma questa lo accoltella con un coltello trovato sul tavolo. Quindi prende il salvacondotto dalle mani del cadavere e, prima di uscire, pone religiosamente due candelabri accanto al corpo di Scarpia, un crocifisso sul suo petto, e finalmente esce.
Atto terzo
Albeggia. In lontananza un giovane pastore canta una malinconica canzone. Sui bastioni di Castel Sant’Angelo, Mario è ormai pronto a morire e inizia a scrivere l’’ultima lettera d’amore a Tosca, ma, sopraffatto dai ricordi, non riesce a terminarla (E lucevan le stelle). La donna arriva inaspettatamente e spiega a Mario di essere stata costretta ad uccidere Scarpia. Gli mostra il salvacondotto e lo informa quindi della fucilazione simulata. Scherzando, gli raccomanda di fingere bene la morte. Ma Mario viene fucilato veramente e Tosca, sconvolta e inseguita dagli sbirri che hanno trovato il cadavere di Scarpia, grida “O Scarpia, avanti a Dio!” e si getta dagli spalti del castello.
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